venerdì 30 dicembre 2011

Un dibattito per il 2012

Gli spunti:


Sarah Dunant su Bbc News : ci è stato detto che lo sviluppo si deve fermare per salvare il pianeta, esausto dal suo sfruttamento; e ci è stato detto che solo lo sviluppo può salvare il nostro benessere, oberato dai debiti.


Antonio Polito spiega sul Corriere della Sera perché il capitalismo e la crescita economica sono strumenti indispensabili per il miglioramento della vita delle persone, non solo dal punta di vista materiale ma anche dell’equità sociale: «Non c’è scampo: senza crescita, non vince nessuno e perdiamo tutti».

La contraddizione è bruciante, e qualcuno ci perde la testa... dite la Vostra ....


Nel frattempo fino al 22 gennaio 2012 a Firenze nel palazzo Strozzi è aperta la Mostra:

Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità

Racconta la storia dell’invenzione del sistema bancario moderno e del progresso economico cui ha dato origine, ricostruendo la vita e l’economia europea dal Medioevo al Rinascimento



lunedì 19 dicembre 2011

Per sfondare nell’arte sono andata a New York

Ne avevamo parlato qui :
http://iniziativa21058.blogspot.com/2011/07/costruire-un-parco-nel-cielo-walk-ways.html
 ma ora siamo felicissimi che un’italiana dirigerà il lato artistico di una delle passeggiate più frequentate di New York. È Cecilia Alemani, 34 anni, 


da novembre curatrice della High Line Art, il programma di arte pubblica del parco nato dal recupero della vecchia linea ferroviaria sopraelevata che attraversa Chelsea, il quartiere a più alta densità artistica di Manhattan. Inaugurata nel 2009, in poco tempo la High Line è diventato uno dei luoghi imprescindibili della città

                                 

«Non è solo una bella vista. È un volano per l’economia: ha generato 2 miliardi di dollari di investimenti», ha detto il sindaco Michael Bloomberg. «Ora sarà anche un museo a cielo aperto: un luogo pacifico e gratuito dove ammirare opere di arte contemporanea», dice Cecilia, laureata in filosofia all’università Statale di Milano e arrivata negli Usa nel 2003. «Sono venuto a New York per un master in studi curatoriali, poi non sono più tornata indietro», racconta.
Adesso ha davanti una sfida impegnativa: in poco più di due anni la High line ha attirato più di 7 milioni  di visitatori. «È la prima volta che mi confronto con un pubblico così grande, molto diverso da quello delle gallerie d’arte, non si tratta di specialisti. Ed è la prima volta che mi dedico al 100% alla sfera pubblica. Ma l’opportunità di parlare a una audience cosi vasta è una cosa molto rara oggi giorno, per me è un grandissimo stimolo», spiega la Alemani, che ha già curato eventi e progetti a New York, come la mostra Comfort of Strangers allestita nel 2010 al MoMa nel 2010.
Ora dovrà occuparsi di scegliere progetti, performance e istallazioni su questo frequentatissimo ponte di ferro lungo circa 2 chilometri, costruito a 10 metri di altezza dalle strade che vanno dal Meatpacking district alla 34a strada.
Se si chiede a Cecilia perché ha scelto di fare questo lavoro, lei risponde così: «Curare mostre significa lavorare direttamente con gli artisti per realizzare i loro progetti più impossibili. È sicuramente l’aspetto più stimolante». Il suo lavoro attuale sarebbe possibile in Italia? «Qui c’è sicuramente una sensibilità e un’apertura diversa dall’Italia e forse la gente è più abituata a essere sorpresa dall’arte in luoghi pubblici».
Eppure ci sono esempi positivi anche da noi: «A Milano il dito di Cattelan svetta ancora in piazza Affari, un segno dell’apertura dei milanesi all’arte», ricorda Cecilia. Allora perché andare via? «La società americana, a differenza di quella italiana, è meritocratica: non importa da dove vieni o quanti anni hai, se sei bravo e qualificato nel tuo campo troverai di sicuro un lavoro», risponde la curatrice. Il suo ultimo incarico, per esempio, lei lo ha ricevuto così: «Sono stata contattata direttamente da uno dei cofondatori di Friends of the High Line, l’organizzazione non profit che si occupa di gestire il parco».
Quindi in Italia proprio non tornerebbe? «Solo se la situazione culturale si sbloccasse e rinfrescasse un po’. Se si lasciasse modo alle giovani generazioni di inserirsi in un circuito culturale che è da sempre in mano a una gerontocrazia. Per ora vedo poche piattaforme dove giovani curatori possano lavorare in libertà. Ma ovviamente l’Italia è sempre nel cuore. Ci torno spesso e mi piacerebbe un giorno vedere la grande creatività italiana rifiorire a livello internazionale».

di Antonio Sgobba nuvola.corriere.it


sabato 17 dicembre 2011

Stefano non ha paura a tirare i calci di rigore

dal Blog di Pippo Civati 


Stefano si è laureato. Con 110 e lode. Perché Stefano è uno che studia. Che fa le cose sul serio. E si è dato da fare. Anche perché dovrà fare il segretario del Pd, tra un po’ di tempo, e si deve attrezzare.
Ieri è venuto a trovarmi, con Andrea, per preparare la prossima delle nostre iniziative. Che a me piace organizzare con loro, perché sono giovani e sono bravi. E sono curiosi. E si imparano un sacco di cose, anche.
Ed era un po’ malinconico, mi sembrava, perché si laureava. Che ci siamo passati tutti. Che si pensa che si diventa grandi (non è vero!) e ci sembra un passaggio epocale, di quelli che cambiano tutto. E fin qui non è una novità (cioè per Stefano lo è, altro che storie, ma noi sappiamo che poi le cose non stanno proprio così, come quando ci sono le copie rilegate, il rinfresco, e i parenti, e ti passa l’adrenalina, e ti senti stanco come poche altre volte prima).
Solo che Stefano sembrava preoccupato di quella preoccupazione che accompagna tutti i giovani italiani, di poter poi fare qualcosa di bello, che si è sognato di fare, in un tempo ragionevole. E oggi il cuor leggero non ce l’ha nessuno. Nemmeno qui al Nord, nemmeno col pezzo di carta, nemmeno con tanta voglia di fare.
Ecco, forse dovremmo preoccuparci per lui anche noi. Perché Stefano se la caverà, non scherziamo, ma il Paese a cui si affaccia deve essere migliore di così. E la preoccupazione potrà passare, poi, perché avremo cambiato le cose. Almeno un po’. E non solo per lui. Ma anche.

...comunque Stefano non ha paura a tirare i calci di rigore....


venerdì 16 dicembre 2011

Storie geniali di italiani all'estero



Storie appassionanti, vite straordinarie di dieci italiani di successo di cui Fiorella Kostoris e Gianfranco Rossi hanno raccolto le testimonianze. Biografie accomunate da una stessa vicenda: la scelta, inevitabile o perseguita, di abbandonare il Bel Paese alla volta degli Stati Uniti. Lì, nella Silicon Volley, hanno creato le loro imprese, hanno trovato i capitali per realizzare le invenzioni più sorprendenti dei nostri tempi e sono diventati a loro volta operatori di venture capital per incentivare le imprese di altri ricercatori. Il successo del mouse si deve, per esempio, a un italiano, fondatore della Logitech; grazie agli studi di un italiano è nata l'insulina artificiale, pietra miliare della biotecnologia. Italiani, dunque, popolo di creativi, di intelligenze brillanti e produttive nei più disparati ambiti della scienza, della ricerca tecnologica, dell'innovazione. 
Potrà mai l'Italia, strutturalmente caratterizzata nell'epoca contemporanea da una scarsa propensione al rischio, da eccessive burocrazie e politicizzazioni, da insufficienti investimenti nel capitale umano e nella ricerca, riuscire a fermare questo esodo di eccellenze e ad attirarne di esterne?


A quali condizioni e in che modo si riesce a creare un’idea d’impresa e a farla è il vero tema di questo libro dall' introduzione del Libro:





...da tutte le autobiografie emergono alcune pratiche o regole empiriche, che servono a misurare le
potenzialità e a indirizzare le modalità d’azione del nostro paese, in questo momento, nell’arena del mercato/economia della conoscenza. Tali pratiche, in particolare, hanno come prerequisito
la presenza operativa, nelle imprese del Paese, di almeno una delle seguenti capacità:

􀀹 di generare impresa attraverso:

1. spin-off di vocazioni a fare impresa e di abilità di management. I distretti industriali e la capacità di
trasformazione nel nostro tessuto economico sono la testimonianza che esistono flussi vitali che
riescono a scorrere, dal grande al piccolo e dal piccolo al grande, entrambi belli e naturali per il
nostro paese.

2. creazione di valore, con l’accumulo di capitale intellettuale “in eccesso” costruito nelle aziende

con gli “intangibili”5 ( in particolare quella combinazione variabile e mai compiutamente
rappresentata nelle brochure aziendali di: capitale umano, stock-option, relazioni, immagine,
proprietà intellettuale…) e liberato verso l’esterno. Il cosiddetto “Made in Italy” è la testimonianza di un
processo di questo tipo, che genera quella conoscenza diffusa e “implicita” che costituisce la
base di creatività individuale e collettiva, che solo talvolta fa emergere i valori patrimoniali, che il
nostro paese possiede di più e meglio, forse, di altri


􀀹 di conoscere, di governare e di cambiare le caratteristiche della propria cultura interna, affinché queste siano tali da svilupparne le capacità innovative:”the most important factor driving innovation is the internal culture of the company” (daLarry Yu- Measuring the culture of innovation, MIT Sloan Management Review, Summer 2007). Un’impresa non diventa innovativa solo per volontà o decisione del suo Ceo.


􀀹 Di spingere il sistema dell’educazione ad essere “strumento di sviluppo” delle imprese, in quanto costruttore delle prime credenziali delle persone, che sono costituite dal loro CV


􀀹 Di essere fattore di integrazione tra le culture del mondo e quelle delle comunità dell’Italia, come appare dalle storie di vita di questo libro.


L’ordine in cui si pongono le evidenze “empiriche” qui proposte, relative ai driver delle imprese per promuovere i “cervelli” del paese, è quello della complessità e dell’interazione crescenti tra impresa e società. Per la parte finale dell’elenco i casi esemplari sono, in questo momento, molto rari. Ma possono crescere





Leggendo infine nelle dieci storie di vita che


1. Le ragioni della partenza nascono da imprese o organizzazioni italiane di ricerca scientifica che sanno sviluppare progetti senza confini geografici


2. La decisione di restare è presa per la salvaguardia dell’investimento personale


3. L'iter per il successo è l’evoluzione del proprio ruolo gestita come imprenditori di se stessi


4. I motivi del successo sono la propria competenza e la propria visione


5. Rimane quasi sempre aperta l’opzione tornare/non tornare


il rapporto con l’Italia dà il senso complessivo alla propri azione possiamo vedere come grande opportunità il moltiplicarsi di nuove storie di questo tipo, avendo come orizzonte il mondo. Molte ancora, per altro, sono le testimonianze, simili a quelle qui raccolte, che si possono proporre, specie quelle che si riferiscono ai talenti che passarono per l’Olivetti e per altre grandi imprese italiane. Percorrendo i ruoli che possono occupare non solo i nostri ingegneri e architetti, i nostri biologi, ma tutti quelli che ricominciano a “viaggiare” con quelle nostre imprese che stanno riacquistando quote di commercio mondiale, si vede un’Italia che vive nel mondo reale e regge i pesi dell’evoluzione della geopolitica e dell’ambiente, continuando a garantirsi un futuro“senza confini”.






giovedì 8 dicembre 2011

Sergio Nava e il suo Blog "La fuga dei talenti"

L’Italia non e’ Europa. Lo dico e lo scrivo con tutta l’amarezza di essere italiano. O meglio, un “giovane italiano”. Ancora “giovane” per gli standard di un Paese dove non invecchi fino a 40 anni (se ti va bene). Un Paese che, per dirla col regista Mario Monicelli, “due generazioni di classe dirigente hanno portato alla deriva”.
Perché questa è l’amara verità: in Italia i giovani migliori e più preparati, quelli dalla maggiore apertura e mobilità internazionale, sono invogliati a far le valigie e ad andarsene. Normalmente a lavorare in un Paese straniero, in grado di valorizzarne per davvero le capacità. Qui non c’è posto per loro: qui comanda, in ogni settore, una classe dirigente che protegge i propri raccomandati e i propri vassalli. I bravi non servono, i bravi danno fastidio: perché chiedono meritocrazia, puntano ai risultati, vogliono farsi spazio solo grazie alle proprie capacità.
Questo blog, insieme all’iniziativa editoriale che l’accompagna, si pone un unico obiettivo: far prendere coscienza alla generazione dei ventenni e dei trentenni italiani che questo è il loro Paese. Che non sta scritto da alcuna parte che i “figli di”, i leccapiedi, gli arrivisti sociali… in una parola, i “mediocri”, debbano prendersi i posti che spettano loro. E, magari, comandare pure su di loro.
Prendiamone coscienza, e cambiamo le regole del gioco. Siamo tanti, anche se non ce ne rendiamo conto. Sostituiamo questa mediocre classe dirigente, che usa un linguaggio tanto forbito quanto incomprensibile, con un’altra, fatta di giovani di talento. Che non hanno “santi in Paradiso”, ma un “Curriculum” degno di questo nome.
Dobbiamo provarci, per non perpetuare all’infinito questo “esilio” dei migliori.
Sergio Nava

Sergio Nava, classe 1975, giornalista, lavora in Italia ma ha accumulato negli anni diverse esperienze all’estero (in Francia, Gran Bretagna, Germania e Irlanda). Segue da vicino l’evolversi dell’Unione Europea, che considera -pur nei suoi attuali limiti- come l’unico approdo sicuro per curare l’Italia dei suoi mali endemici. Ritiene che la sua generazione sia la prima a poter veramente cambiare le regole del gioco nel Belpaese, se solo lo volesse, grazie anche alla maggiore apertura internazionale.
è diventato anche un programma di radio24
Dal sito di Radio 24: “Decine di migliaia di giovani lasciano ogni anno l’Italia. Si tratta molto spesso di laureati, appartenenti a tutte le categorie professionali. Provenienti dal Nord e dal Sud del Paese. E’ un’emigrazione di élite, lontana anni luce da quella degli inizi del XX° secolo. 
Il link alla pagina web del programma: CLICCA QUI

giovedì 1 dicembre 2011

una Patrimoniale equa e solidale secondo Daniele Cerioli



L'imposta patrimoniale è giusta!

BENI IMMOBILI (con assorbimento dell'Ici o di altre imposte sui valori immobiliari)
il valore del bene di riferimento per l'imposta è il suo costo di acquisto o costo di costruzione (immobili costruiti dal proprietario) che risulta sul certificato di proprietà rilasciato dal Comune ove è ubicato l'immobile.
il valore è incrementato annualmente dall'indice di riferimento di rivalutazione Istat appositamente dedicato

VALORI  da euro              0 ad euro 1.500.000     IMPOSTA  0,001  uno per mille    1500 EURO per 1.500.000 euro valore massimo
VALORI da  euro 1.500.000 ad euro  3.000.000    IMPOSTA   0,002  due per mille    4500 EURO per 3.000.000 euro valore massimo
VALORI da  oltre euro  3.000.000                        IMPOSTA   0,003  tre per mille     25500 euro per 10.000.000 euro (senza valore massimo) 

l'imposta si paga 50% entro 30 giugno e 50% entro 31 dicembre di ogni anno + 15 giorni

VALORI MOBILIARI

il valore di riferimento è il valore di mercato al 31 dicembre di ogni anno l'imposta è pagata col principio del sostituto di imposta dalla banca o dalla società finanziaria o assicurativa depositaria dei valori mobiliari  
nel rispetto della riservatezza dei titolari dei valori immobiliari di riferimento è versata  dal sostituto d'imposta cumulativamente per tutti i clienti entro 31 dicembre di ogni anno + 15 giorni

VALORI da euro  0  a  ......  senza limite     sempre  0,003  tre per mille

L'imposta sulle rendite finanziarie dei valori mobiliari saranno armonizzate ad un aliquota unica del 30%  sempre col principio del sostituto d'imposta l'imposta sulle rendite finanziarie dei valori mobiliari (titoli di debito) dei paesi sovrani UE-BCE-FMI- e altri enti di pubblico interesse europeo sarà agevolata al 10% ed esente per i prossimi 5 anni dall'imposta patrimoniale  dello 0,003 in tutti i paesi UE 

daniele.cerioli@email.it

VERDEOLONA, verso Olona River Park 2030

Il programma del Workshop " VERDEOLONA, verso Olona River Park 2030 " rivolto ad Amministratori, Tecnici, Professionisti ...