mercoledì 28 settembre 2016

News da Nessun Paese è un'isola


DEPORTARE TUTTI I MIGRANTI SU UN’ISOLA AFRICANA
«Rastrellare e deportare i migranti su un’isola o sulla costa del nord Africa»sarebbe, secondo il primo ministro ungherese Viktor Orban, il «rimedio a tutti i mali». Questo è il clima della campagna elettorale che porterà, il 2 ottobre, i cittadini ungheresi ad esprimersi su un quesito referendario per accettare o rifiutare il sistema di “relocation” promosso dall’UE. E attenzione: l’Ungheria sarebbe un beneficiario netto del piano, attraverso il ricollocamento di decine di migliaia di migranti dall’Ungheria verso altri paesi UE. Orban tifa perché il piano venga respinto (e così pare anche la maggioranza degli ungheresi) per ribadire il rifiuto di qualsiasi politica migratoria e dell’asilo voluta dall’Unione.
Donald Tusk e Viktor OrbanDonald Tusk e Viktor Orban.
A dare manforte a questa impostazione è arrivato Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, che, al termine del vertice tenutosi a Vienna, ha dichiarato che «politicamente e in pratica, la rotta dei Balcani dell'immigrazione irregolare è chiusa per sempre». Un’affermazione che sembra voler rassicurare Orban e i governi dei paesi balcanici ma che non tiene conto di tre cose:
  • Le persone continuano a transitare, seppur in numero inferiore rispetto all’anno scorso, lungo i Balcani, tanto che la Serbia è sempre più preoccupata della pressione che si sta creando ai suoi confini;
  • Limitare gli spostamenti lungo la rotta balcanica non significa limitare gli spostamenti: chi scappa cerca e trova sempre altre strade;
  • Parlare di immigrazione irregolare finché non esisterà un modo regolare per chiedere asilo (al momento è così, in UE) è una totale mistificazione.

E IL RESTO D’EUROPA?
Il resto d’Europa procede, guidato da Angela Merkel, nella strategia del “migration compact”. La cancelliera ha infatti espressamente dichiarato l’intenzione di replicare l’accordo con la Turchia con altri paesi quali Afghanistan, Pakistan e Egitto. La discussione con l’Egitto, caldeggiata anche da Martin Schulz, è quella allo stadio più avanzato: a fine agosto il governo egiziano aveva parlato di 5 milioni di profughi pronti a partire e ora Al Sisi vorrebbe incassare un miliardo di euro dall’UE e un prestito da 12 miliardi di dollari da parte del FMI (così ha scritto Repubblica) per la loro “gestione” (si legga: sigillare la frontiera).
Fortunatamente non tutti i rappresentanti politici europei la pensano così. E’ il caso diElly Schlein, eurodeputata di Possibile che, intervenendo al summit su migranti e rifugiati dell’ONU a New York, ha individuato chiaramente il problema proponendo «vie sicure e legali sia per i migranti che per i rifugiati (e chiunque lavori sul campo sa che è una distinzione davvero difficile da fare, spesso usata per garantire diritti ad alcuni e discriminare altri). Se non ci interessiamo di come le persone possono esercitare il loro diritto di fare richiesta di protezione internazionale e accettiamo il rischio che muoiano nel tentativo di raggiungere le nostre coste, allora dovremmo giungere alla conclusione che il diritto di asilo in Europa è inesigibile». L'intervento completo è disponibile qui.

CHE SUCCEDE A CALAIS?
In Francia siamo in piena campagna elettorale. Dopo la visita di Nicolas Sarkozy di settimana scorsa, anche Francois Hollande si è recato al campo che attualmente si stima contenga tra le 7mila e le 10mila persone. Hollande ha dichiarato che si impegnerà per smantellare completamente e definitivamente il campo, operazione per la quale ha chiesto la collaborazione del Regno Unito, il cui governo ha risposto picche, ribadendo il solo impegno al controllo della frontiera. Ciò di cui nessuno parla èil futuro delle persone che attualmente risiedono nel campo. Nel frattempo è cominciata la costruzione del muro e, con essa, i primi scontri tra migranti e polizia.

SVIZZERA / ITALIA
Il confine tra Svizzera e Italia si fa sempre più caldo. Il campo istituzionale è stato aperto e si è riempito molto velocemente. Diversi migranti, soprattutto Oromo,hanno preferito non entrarvi: alcuni tentano di passare clandestinamente, altri pare siano tornati a Milano, probabilmente alla ricerca di nuovi valichi alpini. Alla questione dei respingimenti di migranti alla frontiera si sono aggiunti due ulteriori elementi di preoccupazione.
La denuncia di Lilesa, atleta di etnia Oromo, ai giochi olimpici.
Il primo, è l’esito del referendum sul mercato del lavoro che ha sancito il principio secondo il quale devono venire “prima gli svizzeri” degli italiani. Al riguardo vi segnalo uno studio - valido per ogni confine e per ogni paese - secondo il quale dall’analisi di «27 indagini scientifiche condotte tra il 1982 e il 2013, che hanno analizzato gli effetti dell’immigrazione sullo stipendio degli autoctoni, la maggioranza assegna all’aumento del numero dei migranti un’incidenza media che oscilla tra -0,1 e 1». Effetti perciò prossimi allo zero, o di poco positivi.
Il secondo elemento di preoccupazione riguarda i rapporti tra Svizzera e EritreaIl Corriere del Ticino scrive, infatti, che sono già stati rimpatriati 70 cittadini eritrei, 18 dei quali minorenni: «la situazione di certi Eritrei che rientrano volontariamente nel loro Paese sembra essere migliorata; funzionari della SEM si sono recati nuovamente in Eritrea in febbraio/marzo e secondo una nuova valutazione coloro che rientrano di loro piena volontà non incorrono più in pene detentive fino a cinque anni di carcere. [...] Questi cambiamenti corrisponderebbero a nuove direttive emanate in Eritrea, che perònon sono pubblicate e quindi non vi è la sicurezza del diritto». Si tratta di rimpatri volontari, ma rimane sempre un enorme quesito sulle relazioni che si stanno instaurando con una dittatura in cui non vi è certezza del diritto, appunto.

ITALIA
L’immigrazione e l’accoglienza hanno occupato una buona dose del dibattito pubblico nostrano nell’ultima settimana. Cerchiamo di ricapitolare per punti le questioni aperte:
  • Gli operatori dell’accoglienza lamentano ritardi nei pagamenti da parte dello Stato che hanno raggiunto ormai i sei mesi. Alfano ha confermato chemancano all’appello circa 600 milioni di euro, già stanziati ma non ancora trasferiti dal ministero del Tesoro al ministero dell’Interno. Mancherebbero inoltre 200 milioni ereditati dal 2015.
  • I dati raccolti da DEMOS per Repubblica descrivono una realtà in cui una larghissima fetta di italiani vorrebbe ripristinare i controlli alla frontiera(48%), o perlomeno in circostanze particolari (35%). Sono gli stessi italiani che hanno timore dei migranti e scarsa fiducia nell’Unione europea.
  • I ministri Orlando e Alfano sono tornati a sostenere la necessità di eliminare l’appello nei processi che riguardano il riconoscimento del diritto d’asilo. Una discriminazione evidentissima e indegna. E anche inutile, come spiegato qui.
  • Le organizzazioni del Tavolo nazionale asilo hanno denunciano le violazioni del diritto e le «conseguenze nefaste degli accordi ‘segreti’ firmati con i Paesi africani» dal Governo italiano in materia di immigrazione, a partire dal recente accordo con il Sudan. Gli accordi, finalizzati al rimpatrio forzato, sarebbero stati firmati con «i governi di Sudan, Gambia, Egitto, Nigeria, Tunisia» senza il consenso del Parlamento e verso Paesi «altamente insicuri e Stati dittatoriali», «in violazione del principio di non refoulement, che vieta di rimpatriare chi fugge da situazioni dove è  in pericolo di vita». La strategia del “migration compact”, in pratica.
  • Un comunicato del centro Baobab di Roma ha denunciato l’impossibilità per i propri ospiti di effettuare domanda d’asilo presso la Questura di Roma, per ragioni di ordine burocratico. Ci sono i margini perché si configuri una violazione del diritto e così il caso è stato portato in Parlamento con un’interrogazione a firma Civati.

LE CITTA’ ACCOGLIENTI
Vi ricordate la lettera dei sindaci di New York, Londra e Parigi con la quale aprivano le proprie città ai rifugiati? Ecco, non sono soli. Bue Rübner Hansen, ricercatrice dell’Università di Aarhus (Danimarca) si sta interrogando sul potere e quindi sul ruolo che possono giocare le città nell’accoglienza, indipendentemente dalle politiche nazionali. «La maggior parte dei governi europei non sono all’altezza di queste responsabilità - dichiara -. In questa situazione è significativo che diverse città - e non solo quelle che hanno a che fare con le persone quando arrivano - siano bendisposte nell’accogliere persone che i propri governi. Una ragione è che molte città europee sono profondamente multiculturali. Sono il luogo dove trova spazio un cosmopolitismo “di base”, opposto all’astratto cosmopolitismo delle élite europee: persone che lavorano insieme e condividono lo stesso quartiere. Persone che hannoun interesse immediato nel creare situazioni di convivenza nelle proprie città». Ma sono dei casi isolati? Non proprio, se pensiamo che alle scorse elezioni amministrative movimenti che proponevano percorsi civici nati dal basso hanno vinto a «Barcellona, Madrid, Saragozza, Valencia, Santiago, La Coruna e Cadice, e tra queste ci sono quattro delle cinque città più grandi di Spagna. Questo evidenzia le potenzialità del municipalismo». L’esempio spagnolo non è l’unico. Qui, ad esempio, si spiega come altre città - dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, all’Olanda - abbiano gestito l’accoglienza con ampi spazi di autonomia. (Piccolo spazio pubblicità: accenniamo a questa cosa anche in “Nessun Paese è un’isola”, nel contributo di Elly Schlein e del sottoscritto).

A Milano, invece, l’assessore Majorino fa seguito alla lettera di Sala e dice che ci sono troppi richiedenti asilo. Sono 3.680. 1.700 di questi sarebbero di troppo. Facendo un rapido conto, si scopre però che 3.680 sono lo 0,27% della popolazione milanese, una quota sostanzialmentein linea a quanto più volte ha dichiarato dal governo (i numeri variano da 0,15% a 0,3%).

GOOD NEWS
La Stampa racconta una bellissima storia. Un signore senza lavoro nè casa è partito da Torino alla volta di Camini, un piccolo borgo della Locride (ne parliamo in “Nessun Paese è un’isola”!) che sta seguendo l’esempio di Riace. Ha chiesto ospitalità e l’ha trovata.
Su Avvenire di qualche giorno fa ha trovato spazio una proposta interessantissima:investire nell’accoglienza in famiglia dei minori stranieri non accompagnati, quale strumento principale di accoglienza dei minori, per permettere loro di ricostruire un guscio famigliare e affettivo.

BAD NEWS
Come avrete certamente letto, settimana scorsa è naufragato un barcone al largo dell’EgittoIl bilancio è salito a 178 morti.

MUST READ
Da Politico.com: perché lo speechwriter di Robert Kennedy voterà Trump (per questioni legate alla politica estera).
Da Internazionale: come le lobby europee influenzano le politiche migratorie.

Come ogni settimana, valgono le stesse raccomandazioni: per smontare la retorica dei cattivi (sì: cattivi) c’è bisogno che ciascuno di noi si faccia portavoce di una corretta informazione. Perciò, inoltra la mail a un amico e invitalo a iscriversi alla newsletter, qui: https://goo.gl/forms/LQO28gKDUU6pjGf72
“Nessun Paese è un’isola” è prossimo alla stampa, ma nel frattempo non stiamo con le mani in mano. Qui un resoconto della riuscitissima iniziativa a Varese di settimana scorsa, mentre qui l’evento in programma venerdì 30 a Elmas, Cagliari.
Altre presentazioni sono in cantiere. Per qualsiasi cosa scrivimi, mi raccomando.
stefano
nessunpaeseeunisola@gmail.com
 
 

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mercoledì 21 settembre 2016

Uno splendido lavoro di Informazione



IL PRIMO SUMMIT ONU SU RIFUGIATI E MIGRANTI

Per la prima volta nella storia le Nazioni Unite hanno organizzato un summit sui rifugiati e sui migranti. Si tratta di una notizia in sé, dato che (finalmente!) la questione delle persone che si spostano in massa attraversando confini, mari e deserti ha assunto un interesse globale. E questo è il lato positivo. Il lato negativo riguarda la reale capacità di incidere sulle politiche degli Stati nazionali: si tratta di una critica emersa già in fase preparatoria. C’è stato chi ha rilevato come la dichiarazione congiunta emersa dal summit non sia altro che «una sommatoria di principi e leggi già esistenti», rigettando «una precedente stesura che stabiliva un obiettivo ambizioso per ciascun paese, cioè di ricollocare il 10% dei rifugiati mondiali ogni anno». Probabilmente potremo valutare i risultati del summit solo con un po’ di prospettiva storica, e a quel punto non potremo che sperare che il giudizio non sia impietoso. Il premio Pulitzer Nicholas Kristof ha ricordato sulle colonne del NY Times la Conferenza di Evian del 1938, in occasione della quale i rappresentanti di 32 paesi si incontrarono per affrontare il problema della persecuzione nazista a danno degli ebrei. L’esito fu disastroso: tutti si dissero preoccupati, nessuno mosse un dito. Kristof, nel mezzo dell’articolo, scrive che i governanti odierni dovrebbero tenere ben a mente una cosa, e cioè che la storia si schiera dalla parte di coloro che aiutano i rifugiati, non di coloro che li umiliano.
Dalla parte dei rifugiati si sono schierati senza dubbio i sindaci di New York, Parigi e Londra, con una bellissima lettera pubblicata dal New York Times, in cui parlano di una società aperta e accogliente, capace di includere e di evolversi. Anche il sindaco di Milano ha scritto una lettera, ma con contenuti non esattamente sovrapponibili, diciamo. Anzi. (Qui la mia analisi).




Fatto sta che il documento conclusivo, la “Dichiarazione di New York”, è stato ritenuto da molti un documento debole, «poco più di una dichiarazione politica, senza alcun obiettivo materiale», ha scritto Internazionale. Qui trovate una sintesi dei principali impegni che, in effetti, non vanno molto oltre alla dichiarazione di principi in larghissima parte già organici al diritto internazionale. Di sicuro una questione centrale che non è stata affrontata è la definizione stessa di rifugiati: al momento ci si rifà alla Convenzione di Ginevra e quindi alla circostanza in cui una persona abbia la fondata ragione di essere perseguitata, il che non include cause (come i cambiamenti climatici e la fame) che allargherebbero la fattispecie verso il concetto di “migrazioni forzate”.
Il giorno successivo Barack Obama ha annuciato l’impegno di 50 Paesi nell’accogliere 360mila profughi. Sono tanti? No. L’Italia al momento conta 140mila persone circa nel sistema di accoglienza, per dire. Inoltre, denuncia MEDU, «come se non bastasse, l'impegno assunto da ogni singolo stato non è vincolante».

DA NEW YORK A BRATISLAVA
Torniamo in Europa e torniamo indietro di qualche giorno, al vertice europeo di Bratislava. Come prevedibile, non è successo niente, il che vuol dire che rimane la linea dura. Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia (il cosiddetto “Gruppo di Visegrad”) si sono presentate con un proprio documento nel quale si dice che l’accordo con la Turchia va bene, che l’approccio del migration compact (accordi con i governi dei paesi di partenza per sigillare le frontiere) va benissimo e che ogni meccanismo di redistribuzione dei rifugiati dovrebbe essere su base volontaria. Prendete il documento del Gruppo di Visegrad, ribaltatelo, e avrete una politica dell’asilo decente, per dire.
E sulla rotta balcanica come vanno le cose? Male. I capi di governo di Ungheria e Bulgaria si sono recati al confine tra Bulgaria e Turchia per verificare la tenuta del muro. Il premier bulgaro, in particolare, ha esaltato sia l’accordo con la Turchia che la posizione assunta dal Gruppo di Visegrad. Nel frattempo anche il governo serbo sembra cambiare posizione, e così siamo passati da un’impostazione più morbida (che concepiva la Serbia come territorio di passaggio) alla minaccia di erigere muri alla frontiera con la Macedonia. Lo stesso governo parla di 7mila “transitanti”, il che dimostra ancora una volta (nel caso ce ne fosse bisogno) che la rotta balcanica non è chiusa: le stesse autorità parlavano di circa 4mila persone una decina di giorni fa.
Mentre si progettano muri, dalla Grecia arrivano immagini terribili. Nella notte tra il 19 e il 20 settembre è stato dato alle fiame il campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo. Pare che l’incendio abbia natura dolosa e che abbia costretto alla fuga circa 4mila persone.


L’UE FINANZIA LA RICERCA MILITARE?
Così scrive la Rete Disarmo, che chiede ai parlamentari europei «di rigettare l'Azione Preparatoria (PA - Preparatory Action on Defence research) che la Commissione Europea intende includere nelle linee di finanziamento in discussione dalla prossima settimana». E precisa: «finora prodotti di natura militare erano rimasti esclusi da qualsiasi stanziamento previsto nelle linee di Bilancio UE. Una situazione che, purtroppo, sta per cambiare. E si tratta solo dell'inizio: l'obiettivo di lungo termine delle lobby favorevoli all'industria militare è quello di ottenere un Programma completamente strutturato sulla ricerca per la Difesa (European Defence Research Programme) per un importo complessivo di oltre 3,5 miliardi di Euro nel periodo 2021-2027».

E L’ITALIA CHE DICE?
Registriamo un sussulto scomposto del premier Matteo Renzi, sia a seguito del vertice di Bratislava che a seguito del summit delle Nazioni Unite. In entrambi i casi ha sostanzialmente denunciato l’immobilismo degli organismi sovranazionali, dichiarando che l’Italia può fare anche da sola, in particolare per quanto riguarda l’Africa, sia nel campo della cooperazione internazionale sia in quello dei rimpatri. Dobbiamo augurarci che sia solo una posizione contrattuale, perché a) l’Italia non è in grado di fare da sola e b) l’unico approccio sensato è di natura europea: o l’UE si fa carico dell’intera questione (che è una cosa che tra l’altro Renzi sostiene da tempo) o tutto perde di senso.
Poco prima che Renzi attaccasse verbalmente mezzo mondo, fonti di stampa annunciavano il raggiungimento di un accordo tra Italia e Germania per il trasferimento di 500 profughi (iracheni, siriani e eritrei) al mese dall’Italia alla Germania. Una sorta di “relocation” (cioè il programma europeo) su piccola scala e su base bilaterale. Sinceramente non se ne capisce il senso, dato che l’unica soluzione strutturale (anche in questo caso) deve necessariamente avere dimensione europea, coinvolgendo nel meccanismo tutti i paesi dell’Unione.
Per quanto riguarda la riforma del sistema di accoglienza italiano, si susseguono indiscrezioni sui giornali. Possiamo riassumerle così:
  • Quote obbligatorie per tutti i comuni: massimo 5 rifugiati per comuni fino a 2mila abitanti; 2,5 rifugiati ogni mille abitanti per i comuni con più di 2mila abitanti (non si capisce bene la differenza con i comuni fino a 2mila abitanti); 1,5 rifugiati per le città metropolitane.
  • Incentivi ai comuni con deroga al patto di stabilità (ma se le quote saranno obbligatorie allora la deroga sarà per tutti?) e con incasso di 50 centesimi al giorno, presi dal pocket money (pensate: dei 35 euro è necessario intaccare proprio il pocket money…).
  • Un’unica cabina di regia guidata direttamente dalla Presidenza del Consiglio.
  • Sei caserme già pronte, data la resistenza dei comuni. Quattro in Veneto, una in Sicilia e una in Friuli. Quella in Friuli sarebbe la caserma Cavarzerani di Udine, che già ha dimostrato in passato immensi limiti.
Ripetiamo: questo è quanto risulta dalla lettura dei giornali. Dai siti governativi non risulta nulla di ufficiale. E segnaliamo che un sistema di quote esclusivamente numerico non avrebbe permesso a Riace (e a diversi altri piccoli comuni) di diventare quel che è.
Nel frattempo, a Como è stato inaugurato il centro di accoglienza voluto dalle autorità locali, non senza problemi. E’ stata sospesa la distribuzione dei pasti presso il campo informale sorto nei pressi della stazione, ma molti migranti rifiutano comunque di entrare nel nuovo campo dato che è necessario registrarsi e temono di rimanere bloccati nel campo e in Italia. Dall’altro lato della frontiera arriva una notizia piuttosto preoccupante: con una mozione si è impegnato il consiglio federale svizzero a intensificare i rapporti con il governo eritreo. «L'atto parlamentare ha diversi obiettivi: ottenere un impegno maggiore da parte delle autorità eritree nell'ambito del rispetto dei diritti umani, concludere un accordo di riammissione e realizzare un programma di sviluppo economico del Paese africano». Abbiamo scritto "governo", ma sarebbe più corretto scrivere “regime”: le sistematiche violazioni dei diritti umani non configurano l’Eritrea quale paese sicuro verso cui poter operare rimpatri, ma la politica svizzera sembra non accorgersene (se volete approfondire, qui trovate un’interrogazione parlamentare a prima firma Civati, mentre qui una curiosissima intervista a un consigliere di Afewerki, presidente eritreo).
Le autorità romane, invece, alzano bandiera bianca nei confronti del centro Baobab, come potete leggere nel consigliatissimo report di Internazionale.

SOLO CATTIVE NOTIZIE?
Sì, purtroppo questa volta gira così. E l’ulitma, brutta, notizia che vi do è quella della morte di un quattordicenne che cercava di salire su un camion per recarsi in Gran Bretagna partendo da Calais. E’ caduto ed è stato colpito mortalmente da un’auto. Perché vi do questa notizia? Perché il ragazzo aveva un fratello, regolarmente residente in Gran Bretagna, e quindi avrebbe potuto varcare la frontiera legalmente. E infatti mesi fa fece domanda di ricongiungimento, ma le procedure sono talmente lente che ha più volte cercato di passare comunque la frontiera.

Come sempre, vi invito a contattarmi: domande, consigli, critiche sono assolutamente benvenuti.

E come sempre, se la newsletter ti è piaciuta, se trovi che questo lavoro di informazione sia utile a cambiare (perlomeno un pochino) le cose, inoltrala a un amico. Il form per iscriversi è qui: https://goo.gl/forms/IsC99pZ0nFQvk0LL2. Grazie a coloro che già l’hanno fatto: se questa piccola comunità cresce di giorno in giorno è soprattutto merito vostro!

Per chi fosse in zona, vi ricordo che venerdì presentiamo “Nessun Paese è un’isola” a Varese.

stefano
@stefanocatone
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giovedì 1 settembre 2016

Festival della Valle Olona 2016-2017

Con grande entusiasmo salutiamo la nuova edizione del Festival Valle Olona

una manifestazione nata con l'obiettivo di poter contribuire in modo significativo al rafforzamento della cultura ambientale territoriale. In questi anni il Festival si è sviluppato mantenendosi però ben saldo alla propria idea di partenza, cioè la possibilità di costruire una manifestazione che fosse un      concreto piano di ricerca culturale e scientifica sul tema dell'Ambiente e dell'Educazione Ambientale.

Per poter raggiungere tale obiettivo ha sempre avuto un'importanza essenziale la partecipazione attiva di tutti gli enti coinvolti nel progetto e una comunicazione continua tra i diversi partner, in modo da poter realizzare un piano organico di intervento che fosse in grado di sviluppare un reale processo di cambiamento sociale e culturale.

Solo in questo modo siamo convinti si possa costruire una manifestazione capace di interpretare realmente i bisogni della società. (Direzione Artistica Gaetano Oliva)




Presentazione

"A me spetta sottolineare il dovere di avere rispetto per i beni che Dio ha creato e ha voluto mettere a disposizione di tutti?" Così papa Wojtyla ha alzato il suo grido contro l'inquinamento dell'ambiente naturale, oltre che dell'uomo. Il nostro dovere è curarlo, tutelarlo e proteggerlo utilizzando tutte le armi a nostra disposizione.

L'articolo 9 della Costituzione, al secondo comma, recita: (l'Italia) Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Come tutelare l'ambiente? Partendo dai piccoli gesti, fare la raccolta differenziata e non abbandonare rifiuti per strada, non sprecare l'acqua che è un bene prezioso. Rispettare ogni piccolo animale perché è indispensabile per l'equilibrio del ciclo della vita. È necessario un assoluto e urgente bisogno di buona volontà da parte delle istituzioni, ma soprattutto dell'attenzione e della cura di ciascuno di noi.

Anche quest'anno l'ambiente è il tema portante del Festival della Valle Olona voluto da tutti i comuni del Plis Medio Olona, con Fagnano Olona capofila seguito da Solbiate Olona, Olgiate Olona, Gorla Maggiore, Gorla Minore e Marnate. Un'edizione ricca di eventi culturali con una novità: si parte in questo mese e si conclude a maggio 2017. Concerti musicali, spettacoli teatrali, mostre artistiche ed eventi di opera lirica; giornate di laboratori per adulti, bambini e ragazzi e il convegno Artistica-Mente dal tema "L'Ambiente è Cultura. La cultura dell'ambiente come cura del Pianeta".
Un ringraziamento al CRT Teatro-Educazione, a tutti i comuni, alle associazioni e ai volontari che con il loro impegno faranno sì che il nostro Festival continui ad essere un grande evento culturale.

 (Giuseppe Palomba Assessore Ambiente,Istruzione e Cultura del Comune di Fagnano Olona)


II Parco del Medio Olona è un territorio caratterizzato da una grande ricchezza storica, culturale e naturale. Di conseguenza è di grande importanza conservare, proteggere e promuovere tale patrimonio, costruendo una relazione positiva e costruttiva con la popolazione.

Il Parco nasce come corridoio ecologico naturale che  pone tra i suoi principali obiettivi la tutela della biodiversità e il mantenimento della funzionalità ecologica d'insieme del tessuto territoriale agricolo-boschivo ancora esistente. Al tempo stesso punta a favorire l'integrazione tra la fruizione sociale del territorio e la protezione dell'ambiente naturale esistente, mettendo in atto una politica di educazione ambientale in grado di sviluppare un attento interesse da parte della popolazione ed in particolare delle nuove generazioni. In questa prospettiva si pone anche il Festival Valle Olona, ormai giunto alla sesta edizione. Infatti, favorire lo sviluppo di una coscienza ambientale fa parte degli obiettivi del Parco, il quale ha visto nel Festival Valle Olona uno strumento utile al raggiungimento di tale scopo.

La decisione di sostenere il Festival nasce proprio dall'idea di favorire lo sviluppo di una relazione sempre più stretta tra la popolazione ed il parco stesso, dove le arti espressive possano essere strumento di riflessione e veicolo di discussione. Il Festival è una delle strade da percorrere per proseguire il percorso intrapreso al fine di rafforzare lo sviluppo di una coscienza ambientale e territoriale. Esso è uno dei segnali concreti che manifestano 
il grande interesse di ciascuno di noi nei confronti della Valle Olona.













il Partigiano Luigi Giudici

"Luigi era il primo dei nostri tre figli: era nato a Solbiate Olona il 9 Febbraio 1926. A lui seguirono nel 1927  Alessandro  e nel 1...