mercoledì 21 settembre 2016

Uno splendido lavoro di Informazione



IL PRIMO SUMMIT ONU SU RIFUGIATI E MIGRANTI

Per la prima volta nella storia le Nazioni Unite hanno organizzato un summit sui rifugiati e sui migranti. Si tratta di una notizia in sé, dato che (finalmente!) la questione delle persone che si spostano in massa attraversando confini, mari e deserti ha assunto un interesse globale. E questo è il lato positivo. Il lato negativo riguarda la reale capacità di incidere sulle politiche degli Stati nazionali: si tratta di una critica emersa già in fase preparatoria. C’è stato chi ha rilevato come la dichiarazione congiunta emersa dal summit non sia altro che «una sommatoria di principi e leggi già esistenti», rigettando «una precedente stesura che stabiliva un obiettivo ambizioso per ciascun paese, cioè di ricollocare il 10% dei rifugiati mondiali ogni anno». Probabilmente potremo valutare i risultati del summit solo con un po’ di prospettiva storica, e a quel punto non potremo che sperare che il giudizio non sia impietoso. Il premio Pulitzer Nicholas Kristof ha ricordato sulle colonne del NY Times la Conferenza di Evian del 1938, in occasione della quale i rappresentanti di 32 paesi si incontrarono per affrontare il problema della persecuzione nazista a danno degli ebrei. L’esito fu disastroso: tutti si dissero preoccupati, nessuno mosse un dito. Kristof, nel mezzo dell’articolo, scrive che i governanti odierni dovrebbero tenere ben a mente una cosa, e cioè che la storia si schiera dalla parte di coloro che aiutano i rifugiati, non di coloro che li umiliano.
Dalla parte dei rifugiati si sono schierati senza dubbio i sindaci di New York, Parigi e Londra, con una bellissima lettera pubblicata dal New York Times, in cui parlano di una società aperta e accogliente, capace di includere e di evolversi. Anche il sindaco di Milano ha scritto una lettera, ma con contenuti non esattamente sovrapponibili, diciamo. Anzi. (Qui la mia analisi).




Fatto sta che il documento conclusivo, la “Dichiarazione di New York”, è stato ritenuto da molti un documento debole, «poco più di una dichiarazione politica, senza alcun obiettivo materiale», ha scritto Internazionale. Qui trovate una sintesi dei principali impegni che, in effetti, non vanno molto oltre alla dichiarazione di principi in larghissima parte già organici al diritto internazionale. Di sicuro una questione centrale che non è stata affrontata è la definizione stessa di rifugiati: al momento ci si rifà alla Convenzione di Ginevra e quindi alla circostanza in cui una persona abbia la fondata ragione di essere perseguitata, il che non include cause (come i cambiamenti climatici e la fame) che allargherebbero la fattispecie verso il concetto di “migrazioni forzate”.
Il giorno successivo Barack Obama ha annuciato l’impegno di 50 Paesi nell’accogliere 360mila profughi. Sono tanti? No. L’Italia al momento conta 140mila persone circa nel sistema di accoglienza, per dire. Inoltre, denuncia MEDU, «come se non bastasse, l'impegno assunto da ogni singolo stato non è vincolante».

DA NEW YORK A BRATISLAVA
Torniamo in Europa e torniamo indietro di qualche giorno, al vertice europeo di Bratislava. Come prevedibile, non è successo niente, il che vuol dire che rimane la linea dura. Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia (il cosiddetto “Gruppo di Visegrad”) si sono presentate con un proprio documento nel quale si dice che l’accordo con la Turchia va bene, che l’approccio del migration compact (accordi con i governi dei paesi di partenza per sigillare le frontiere) va benissimo e che ogni meccanismo di redistribuzione dei rifugiati dovrebbe essere su base volontaria. Prendete il documento del Gruppo di Visegrad, ribaltatelo, e avrete una politica dell’asilo decente, per dire.
E sulla rotta balcanica come vanno le cose? Male. I capi di governo di Ungheria e Bulgaria si sono recati al confine tra Bulgaria e Turchia per verificare la tenuta del muro. Il premier bulgaro, in particolare, ha esaltato sia l’accordo con la Turchia che la posizione assunta dal Gruppo di Visegrad. Nel frattempo anche il governo serbo sembra cambiare posizione, e così siamo passati da un’impostazione più morbida (che concepiva la Serbia come territorio di passaggio) alla minaccia di erigere muri alla frontiera con la Macedonia. Lo stesso governo parla di 7mila “transitanti”, il che dimostra ancora una volta (nel caso ce ne fosse bisogno) che la rotta balcanica non è chiusa: le stesse autorità parlavano di circa 4mila persone una decina di giorni fa.
Mentre si progettano muri, dalla Grecia arrivano immagini terribili. Nella notte tra il 19 e il 20 settembre è stato dato alle fiame il campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo. Pare che l’incendio abbia natura dolosa e che abbia costretto alla fuga circa 4mila persone.


L’UE FINANZIA LA RICERCA MILITARE?
Così scrive la Rete Disarmo, che chiede ai parlamentari europei «di rigettare l'Azione Preparatoria (PA - Preparatory Action on Defence research) che la Commissione Europea intende includere nelle linee di finanziamento in discussione dalla prossima settimana». E precisa: «finora prodotti di natura militare erano rimasti esclusi da qualsiasi stanziamento previsto nelle linee di Bilancio UE. Una situazione che, purtroppo, sta per cambiare. E si tratta solo dell'inizio: l'obiettivo di lungo termine delle lobby favorevoli all'industria militare è quello di ottenere un Programma completamente strutturato sulla ricerca per la Difesa (European Defence Research Programme) per un importo complessivo di oltre 3,5 miliardi di Euro nel periodo 2021-2027».

E L’ITALIA CHE DICE?
Registriamo un sussulto scomposto del premier Matteo Renzi, sia a seguito del vertice di Bratislava che a seguito del summit delle Nazioni Unite. In entrambi i casi ha sostanzialmente denunciato l’immobilismo degli organismi sovranazionali, dichiarando che l’Italia può fare anche da sola, in particolare per quanto riguarda l’Africa, sia nel campo della cooperazione internazionale sia in quello dei rimpatri. Dobbiamo augurarci che sia solo una posizione contrattuale, perché a) l’Italia non è in grado di fare da sola e b) l’unico approccio sensato è di natura europea: o l’UE si fa carico dell’intera questione (che è una cosa che tra l’altro Renzi sostiene da tempo) o tutto perde di senso.
Poco prima che Renzi attaccasse verbalmente mezzo mondo, fonti di stampa annunciavano il raggiungimento di un accordo tra Italia e Germania per il trasferimento di 500 profughi (iracheni, siriani e eritrei) al mese dall’Italia alla Germania. Una sorta di “relocation” (cioè il programma europeo) su piccola scala e su base bilaterale. Sinceramente non se ne capisce il senso, dato che l’unica soluzione strutturale (anche in questo caso) deve necessariamente avere dimensione europea, coinvolgendo nel meccanismo tutti i paesi dell’Unione.
Per quanto riguarda la riforma del sistema di accoglienza italiano, si susseguono indiscrezioni sui giornali. Possiamo riassumerle così:
  • Quote obbligatorie per tutti i comuni: massimo 5 rifugiati per comuni fino a 2mila abitanti; 2,5 rifugiati ogni mille abitanti per i comuni con più di 2mila abitanti (non si capisce bene la differenza con i comuni fino a 2mila abitanti); 1,5 rifugiati per le città metropolitane.
  • Incentivi ai comuni con deroga al patto di stabilità (ma se le quote saranno obbligatorie allora la deroga sarà per tutti?) e con incasso di 50 centesimi al giorno, presi dal pocket money (pensate: dei 35 euro è necessario intaccare proprio il pocket money…).
  • Un’unica cabina di regia guidata direttamente dalla Presidenza del Consiglio.
  • Sei caserme già pronte, data la resistenza dei comuni. Quattro in Veneto, una in Sicilia e una in Friuli. Quella in Friuli sarebbe la caserma Cavarzerani di Udine, che già ha dimostrato in passato immensi limiti.
Ripetiamo: questo è quanto risulta dalla lettura dei giornali. Dai siti governativi non risulta nulla di ufficiale. E segnaliamo che un sistema di quote esclusivamente numerico non avrebbe permesso a Riace (e a diversi altri piccoli comuni) di diventare quel che è.
Nel frattempo, a Como è stato inaugurato il centro di accoglienza voluto dalle autorità locali, non senza problemi. E’ stata sospesa la distribuzione dei pasti presso il campo informale sorto nei pressi della stazione, ma molti migranti rifiutano comunque di entrare nel nuovo campo dato che è necessario registrarsi e temono di rimanere bloccati nel campo e in Italia. Dall’altro lato della frontiera arriva una notizia piuttosto preoccupante: con una mozione si è impegnato il consiglio federale svizzero a intensificare i rapporti con il governo eritreo. «L'atto parlamentare ha diversi obiettivi: ottenere un impegno maggiore da parte delle autorità eritree nell'ambito del rispetto dei diritti umani, concludere un accordo di riammissione e realizzare un programma di sviluppo economico del Paese africano». Abbiamo scritto "governo", ma sarebbe più corretto scrivere “regime”: le sistematiche violazioni dei diritti umani non configurano l’Eritrea quale paese sicuro verso cui poter operare rimpatri, ma la politica svizzera sembra non accorgersene (se volete approfondire, qui trovate un’interrogazione parlamentare a prima firma Civati, mentre qui una curiosissima intervista a un consigliere di Afewerki, presidente eritreo).
Le autorità romane, invece, alzano bandiera bianca nei confronti del centro Baobab, come potete leggere nel consigliatissimo report di Internazionale.

SOLO CATTIVE NOTIZIE?
Sì, purtroppo questa volta gira così. E l’ulitma, brutta, notizia che vi do è quella della morte di un quattordicenne che cercava di salire su un camion per recarsi in Gran Bretagna partendo da Calais. E’ caduto ed è stato colpito mortalmente da un’auto. Perché vi do questa notizia? Perché il ragazzo aveva un fratello, regolarmente residente in Gran Bretagna, e quindi avrebbe potuto varcare la frontiera legalmente. E infatti mesi fa fece domanda di ricongiungimento, ma le procedure sono talmente lente che ha più volte cercato di passare comunque la frontiera.

Come sempre, vi invito a contattarmi: domande, consigli, critiche sono assolutamente benvenuti.

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Per chi fosse in zona, vi ricordo che venerdì presentiamo “Nessun Paese è un’isola” a Varese.

stefano
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