domenica 23 ottobre 2016

GreenItaly

La #greeneconomy si è dimostrata una delle più significative risposte alla crisi. Una reazione che incrocia la natura profonda dell’economia#madeinItaly: la spinta per la qualità e la bellezza, naturalmente alleate dell’uso efficiente di energia e materia, dell’innovazione, dell’high-tech. Un’evoluzione di sistema avviata ‘dal basso’, raccontata da #GreenItaly, il rapporto sulla green economy italiana, alla sesta edizione, di FondazioneSymbola e Unioncamere, promosso in collaborazione con il CONAI e con il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Rapporto che ci dice come cresce il numero di imprese che scommettono sul green: negli ultimi 6 anni (2010-2016) sono state il 26,5% le imprese italiane (385.000) che hanno investito in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e materia e contenere le emissioni di CO2. Guadagnano in sostenibilità e competitività: infatti esportano, innovano, assumono e fatturano più di quelle che non investono.

Leggi la sintesi del Rapporto >> http://bit.ly/GreenItaly16



INTRODUZIONE

Attenzione alla giustizia sociale e all’equità, ai valori. Che parlano di sharing
economy e condivisione. Sempre più si cercano prodotti e servizi che
abbiano un’anima e una storia da raccontare.
Alla base degli investimenti green di queste 385 mila imprese c’è, dati
alla mano, una maggiore competitività. Le imprese che investono
nell’economia verde dimostrano, infatti, una maggiore presenza
internazionale: il 18,7% esporta, contro il 10,9% delle imprese non
investitrici. Fenomeno ancor più evidente nel settore manifatturiero, con il
46% delle imprese esportatrici tra le eco-investitirici, contro il 27,7% delle
altre. In molti ambiti del made in Italy, la green economy è sinonimo di
internazionalizzazione: vale per l’alimentare, il cartario, i settori del vetro e
della ceramica, e, soprattutto, per il legno-arredo e la strumentazione di
precisione, dove le eco-investitrici sono quasi il doppio delle altre.
Competitività non è solo internazionalizzazione, ma anche innovazione.
Anche da questo punto di vista, le imprese che puntano sul green spiccano:
il 22,2% ha introdotto innovazioni di prodotto nel 2015, contro l’11,4%
delle non investitrici. E nell’industria manifatturiera la propensione ad
innovare è ancora più elevata (33,1% contro 18,7%). Processo di
cambiamento che interessa e rinnova anche le filiere dei settori più
tradizionali: basti pensare allo straordinario successo del credito di imposta
e dell’ecobonus nell’edilizia che, secondo i dati Cresme e Servizio studi
della Camera dei Deputati, porteranno nel 2016 investimenti privati per 29
miliardi di euro, interessando 436mila posti di lavoro, fra diretto e indotto.
Uno strumento che potenziato e migliorato ben si presta, nel progetto Casa
Italia, a rafforzare le politiche di risparmio energetico, prevenzione
antisismica, eliminazione dell’amianto.
Entrando nello specifico di un tema molto collegato all’innovazione
emerge come le imprese che investono nella riduzione dell’impatto
ambientale sono più digitalizzate rispetto alle altre: l’82% delle imprese
green è presente sul web, ha processi digitalizzati e punta sulle digital skills,
contro il 53% delle imprese non green. Dati che segnalano una delle strade
da battere per l’industria 4.0.
Puntare sulla green economy fa bene ai fatturati. Il 25,9% delle imprese
che investono in tecnologie green ha registrato nel 2015 un aumento
di fatturato rispetto al 2014, a fronte del 16,8% tra le altre. Anche da questo
punto di vista si distingue il manifatturiero, dove un aumento di fatturato
ha riguardato il 35,1% delle imprese, contro il 21,8% tra le imprese che
non investono.
La green economy fa bene all’occupazione. Nel 2016 le imprese
che investono green prevedono di assumere più di 330 mila dipendenti, pari
al 43,9% del totale delle assunzioni, stagionali e non stagionali, previste
nell’industria e nei servizi per l’anno in corso: quota molto rilevante, se si
considera che le aziende eco-investitrici sono poco più di un quarto del
totale. E proprio nel creare lavoro, la sostenibilità è un driver importante, sia
tra le imprese eco-investitrici che tra le altre. Se guardiamo le competenze,
infatti, osserviamo che i green jobs in senso stretto sono (anno 2015) quasi
3 milioni (2.964 mila, 21 mila in più dell’anno prima): nell’anno in corso
le assunzione programmate di green jobs e figure ibride con competenze
green arrivano a 249 mila, pari al 44,5% della domanda complessiva di
lavoratori non stagionali. Tra gli assunti nei settori della progettazione e
della ricerca e sviluppo, poi, le figure green sono il 66% del totale: segno
evidente del legame strettissimo fra green economy, innovazione e
competitività.
Questi investimenti e queste professionalità stanno spingendo il Paese
verso una leadership europea nella sostenibilità. L’Italia, infatti, con 14,3
tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro prodotto, è il secondo
Paese tra le cinque grandi economie comunitarie per minore quantità di
input energetici a parità di prodotto, dopo il Regno Unito (11,6, che ha però
un’economia molto più finanziaria che manifatturiera) e davanti a Francia
(14,5), Spagna (16,8) e Germania (17,7). Con 312 tonnellate per milione
di euro prodotto siamo secondi, sempre dietro la Gran Bretagna (260),
per input di materia, meglio di Francia (358), Spagna (362) e Germania
(462). Con 107 tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro prodotto
siamo secondi, stavolta dietro la Francia (93, aiutata in questo caso dal
nucleare) e davanti a Spagna (131), Regno Unito (131) e Germania (154).
Siamo invece migliori dei grandi d’Europa per minor creazione di rifiuti
in rapporto alla produzione: ne produciamo 42 tonnellate ogni milione
di euro, meglio di Spagna (49), Regno Unito (59), Germania (64) e Francia (84).
Primato che ci pone all’avanguardia nell’economia circolare e ci permette
di essere già oggi leader europeo nel riciclo industriale: nel nostro Paese
sono stati recuperati per essere avviati a riciclo 47 milioni di tonnellate
di rifiuti non pericolosi, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei
(in Germania sono 43, in Francia 29). Il riciclaggio nei cicli produttivi
industriali ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 17
milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ed emissioni per circa 60 milioni
di tonnellate di CO2. Questa leadership è anche una leadership economica,
perché l’industria del riciclo italiana è seconda sola alla Germania in termini
di fatturato e addetti. Nel settore degli imballaggi, dove il tasso di riciclo
(2015) è ormai pari al 66,9%, le quantità continuano a crescere: stando
agli ultimi dati Eurostat, l’Italia è il Paese europeo che dal 1998
al 2013 ha visto il maggior incremento di imballaggi avviati a riciclo
(+4,2 milioni di tonnellate).
Victor Hugo ha scritto che “c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti
del mondo, e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto”. Le imprese
di GreenItaly cavalcano questa idea. Un’idea sempre più pervasiva in tutto
il mondo, in ambiti che solo ieri non ci saremmo aspettati. Al Parco delle
Esposizioni di Parigi, dove si è tenuto da poco il Salone dell’automobile,
tutti i big presenti, da Volkswagen a Nissan a Bmw, Renault e Mercedes,
hanno esposto i loro modelli elettrici: sempre più competitivi con le auto col
motore a scoppio, sempre più accessibili economicamente e sempre più
belli. Shell, uno dei quattro principali attori privati mondiali nel comparto del
petrolio e del gas naturale, ha di recente pubblicato uno studio nel quale si
sostiene che, senza attendere innovazioni rivoluzionarie e partendo
semplicemente dalle tecnologie esistenti, la transizione verso un mondo
senza CO2 è possibile. Il cammino per sostituire i combustibili fossili è
certamente ancora lungo, ma già oggi le rinnovabili garantiscono quasi un
quarto della domanda totale di elettricità (il 23,7% nel 2015). Nel nostro
Paese, a giugno di quest’anno la quota di produzione di energia elettrica da
rinnovabili ha superato quella da fonti fossili. E l’Italia vanta il record
mondiale, tra i paesi industrializzati, nella quota di fotovoltaico (8%) nel mix
elettrico nazionale.
In questa rivoluzione verde un decisivo ruolo a sostengo lo avranno
le politiche per il contrasto dei cambiamenti climatici, che alimentano
la richiesta di tecnologie, beni e servizi green: anche per questo c’è da
essere orgogliosi che l’Unione Europea, che di recente su altri fonti non ha
brillato in capacità di visione, abbia ratificato, pur dopo Usa e Cina, gli
accordi di Parigi, dando seguito al ruolo di primo attore avuto col protocollo
di Kyoto. Per questo l’Italia deve far valere, alla COP22 di Marrakech, il
proprio patrimonio di sostenibilità e innovazione green. Come quello degli
850 mila impianti italiani di energia rinnovabile, tra termici ed elettrici;
quello del 100% dei Comuni, censiti da Comuni Rinnovabili di Legambiente,
in cui è installato almeno un impianto da fonti rinnovabili; in 2.660 Comuni
l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili è pari o superiore a quella
consumata dai cittadini. L’autoproduzione e la generazione elettrica diffusa
— per cittadini, istituzioni, imprese — è sicuramente la via più promettente
per rilanciare l’uso delle rinnovabili nel Paese. Oppure quello dei 525
Comuni Rifiuti free censiti da Legambiente con l’iniziativa Comuni Ricicloni,
quelli che oltre ad essere ricicloni, con una raccolta differenziata superiore
al 65%, hanno deciso di puntare sulla riduzione del residuo non riciclabile, e
annualmente producono meno di 75 chilogrammi per abitante di rifiuto
secco indifferenziato. Un passo concreto verso l’economia circolare.
Il patrimonio italiano di sostenibilità e innovazione green è fatto anche,
come abbiamo visto, dal nostro sistema produttivo. Con settori, come
la ceramica o il legno-arredo, che puntano a fare della circolarità il motore
della loro tensione continua verso l’eccellenza; o la meccanica, con
l’efficienza energetica; o l’agroalimentare, che sposa le qualità territoriali
alla sostenibilità ambientale.
Di quel patrimonio è parte fondamentale la sfida della chimica verde
in cui l’Italia è all’avanguardia, come dimostra il nuovo impianto Mater-
Biotech di Novamont a Bottrighe (Ro), primo impianto industriale al
mondo per la produzione di biobutandiolo: intermedio chimico con una
vastissima gamma di applicazioni realizzato finora solo da fonti fossili, a
Bottrighe il biobutandiolo verrà prodotto a partire da zuccheri, attraverso
l’utilizzo di batteri opportunamente ingegnerizzati.
O, ancora, Enel: con i suoi 37 Giga Watt di capacità rinnovabile
installata nel mondo (situazione a fine giugno 2016), dagli Usa al Cile, dal
Sudafrica all’India, è un esempio di leadership globale nell’energia del
futuro.
La stessa Enel che realizza piccoli campi fotovoltaici nei villaggi africani,
dove circa l’80% della popolazione non è connessa alle reti elettr iche,
li integra con apparecchi per l’immagazzinamento dell’energia e collega
il tutto alle case attraverso mini-reti elettriche indipendenti. Anche
per questo Enel è la sola impresa italiana e unica utility al mondo presente
nel board del Global Compact: l’iniziativa delle Nazioni Unite che unisce
le aziende impegnate nella sostenibilità, nella responsabilità sociale e nel
raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile adottati dall’Onu nel
2015.
Segno che green economy vuol dire anche transizione verso
un’economia più giusta, quell’economia più a misura d’uomo cui allude
anche Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Un’economia che può
parlare italiano.
“L’unica costante è il cambiamento”, diceva Eraclito. Queste realtà,
queste imprese e le altre raccontate in GreenItaly ci mostrano che se
accettiamo le nuove sfide senza perdere la nostra anima, se mettiamo
a frutto i nostri cromosomi senza chiuderci alle innovazioni, anzi facendone
tesoro, se l’Italia fa l’Italia, il futuro può essere una terra accogliente.

Ivan Lo Bello Presidente Unioncamere
Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola

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